La politica e il primato dell’economia
EDITORIALE – Se ai politici si chiede conto dei problemi di sistema, a mio parere, si commette l’errore di dare per scontato che siano anzitutto i partiti a determinare le sorti di una comunità, grande o piccola che sia. Per quanto avrei la mia lista di recriminazioni da cittadino e da imprenditore, tuttavia sono convinto che una critica monodirezionale finisca per cristallizzare riti e forme del potere locale, decretando ed enfatizzando un falso mito: il primato della politica.
I politici si trovano oggi in una terra di nessuno, dove il taglio dei bilanci non consente più l’esercizio di alcun potere reale, ma solo l’onere dell’ordinario. L’era del debito pubblico usato come strumento di consenso volge definitivamente al termine, dopo che in Italia si è spacciato l’assistenzialismo per un moltiplicatore keynesiano. Oggi la politica deve tornare nei suoi argini, rotti ben prima del berlusconismo (l’ex premier ha aggiunto il carico da undici), alimentando a piene mani il nostro debito pubblico monstre.
Se volgiamo lo sguardo al recente passato, notiamo quanti danni ha prodotto la politica quando ha esondato. Un esempio per tutti, la tabacchicoltura. Se oggi nel Sannio la cultura d’impresa del mondo agricolo (che qui fa il grosso del PIL) fatica ad essere marketing oriented, la causa prima sta nell’eredità avvelenata dell’agricoltura assistita. Per anni i contadini hanno vissuto attaccati alla tetta dei Monopoli di Stato, disimparando a fare gli agricoltori e differendo la necessità di far crescere le proprie imprese in dimensione e in qualità. Ma l’agricoltura sannita sta cambiando e già si vedono segnali interessanti sotto la spinta feroce delle nuove sfide/opportunità nell’economia globalizzata. Ora le minacce al settore arrivano da ben altro, ad esempio dall’ambientalismo usato come pretesto per affari dannosi (come l’invasione delle pale eoliche e il fotovoltaico sui terreni fertili).
Le classi dirigenti sono l’espressione di chi le elegge, pertanto cambiano se cambiano le esigenze dei cittadini, che non sono mai passivi (è un’idea molto snob di una sinistra perdente e minoritaria)… semmai opportunisti. Diversamente non credo si possano ipotizzare esodi forzati né importazioni di olandesi. L’unica grande forza in grado di mutare meccanismi sociali così complessi è l’economia. Agli amministratori locali non si può chiedere molto, ma alcune cose le possono fare e bisognerebbe chiederle a gran voce tutti i giorni, prima e dopo i pasti: battetevi con tutte le forze affinché questa provincia e questa città abbiano le condizioni infrastrutturali per attrarre investimenti! Incatenatevi a Palazzo Chigi ripetendo come un mantra: subito ferrovia ad alta capacità e raddoppio della Benevento-Caianello! Migliorate la viabilità per liberare dall’isolamento le aree provinciali interne. E non dormite la notte fin quando non sarà superato il digital divide.
Se esiste un primato nelle vicende umane, appartiene di certo all’economia. E non occorreva lo spauracchio dello spread o il governo dei professori a ribadire un concetto che è evidente da sempre.
La politica ha il compito di governare gli equilibri, mediante la distribuzione della ricchezza e la gestione dei conflitti. La storia dell’umanità è tutta qui, nell’evoluzione di questi due compiti verso forme e modi diversi, che hanno avuto come spinta propulsiva sempre e solo l’economia. La democrazia in fondo non è che il frutto dell’evoluzione del governo dell’economia. È la forma di controllo sociale più efficiente per lo sviluppo e la crescita.
L’espressione “poteri forti” è efficace per i titoli dei giornali, ma non c’è nessun mistero da svelare. Il potere è sempre nelle mani di chi è in grado di determinare l’economia di una comunità, di una città, di una regione o di una nazione. Qualcuno può dire, ad esempio, che il marxismo non abbia fatto nascere un nuovo “potere forte”: la rappresentanza politica e sindacale dei lavoratori? E per fortuna! Ogni potere è forte per definizione, avendo bisogno della forza per affermarsi e della paura per puntellarsi. Altro esempio: cosa ha spinto di più l’unità d’Italia e la fine del Papa-Re, il patriottismo o l’ambizione economica del piccolo Regno di Sardegna? Non occorreva il neo-revisionismo borbonico per scoprire che il Sud riunificato è stato utile a finanziare l’ingresso del Nord nella seconda rivoluzione industriale. Ma senza la spinta dell’economia persino la Chiesa non si sarebbe affrancata – solo 142 anni fa – dal Regno Pontificio, ovvero da una forma di stato monarchico che basava la sua costituzione e le sue leggi sulla religione (compresa la pena di morte)… più o meno quello che accade oggi nei paesi islamisti.
Ma quindi cos’è l’economia? Se qualcuno pensa che essa nasca e finisca nel mondo degli affari è ingenuo e superficiale. L’economia è l’organizzazione della produzione e la distribuzione delle ricchezze materiali e immateriali, cioè di tutte le attività umane: scienza, tecnologia, lavoro, scuola, università, letteratura, agricoltura, giurisprudenza, etc. Il progresso della cultura, anche quella cosiddetta umanistica, è il frutto dell’evoluzione economica. Quanti avrebbero potuto accrescere le conoscenze senza il torchio di Gutenberg? Il sapere sarebbe rimasto nelle mani di pochissimi, e l’oscurantismo medioevale sarebbe durato ancora chissà quanto, se l’inventore tedesco non si fosse messo in società con un banchiere. E ai giorni nostri esisterebbe la controinformazione di Beppe Grillo, dei No Tav e degli indignados senza gli investimenti americani che hanno dato vita a internet, senza Bill Gates e senza il compianto Steve Jobs?
La politica è un pezzo dell’economia, ma ovviamente con un ruolo fondamentale. L’evoluzione della prima è stata sempre conseguente alle sorti della seconda. Le guerre mondiali furono causate da un collasso economico, come le dittature precedentemente erano state la soluzione di comodo per tenere a bada la pressione sociale in tempi di vacche magrissime, illudendo interi popoli che marciare con una divisa e salutare a braccio teso servisse a calmare i morsi della fame. La liberazione dell’Europa e il Piano Marshall non sono stati spinti dall’aspirazione a costruire la supremazia economica degli USA nel XX secolo? Possiamo prendere qualunque evento della storia e vederne in trasparenza la “mano invisibile”dell’economia.
La nuova sfida del XXI secolo è capire che ruolo deve avere la politica in un mondo interconnesso, dove uno starnuto in Italia fa crollare le borse a Wall Street. Siamo sicuri che quanto sta già accadendo non sia una rivoluzione politica in atto? L’economia ancora una volta sta facendo selezione naturale dei suoi strumenti. L’Europa in particolare è messa di fronte alla necessità di scegliere una nuova classe dirigente, nuovi capitani per una nave in acque tempestose e profonde. L’Europa e l’Italia vivranno tempi bui se non avranno la capacità di puntare sul meglio delle proprie intelligenze, come è già avvenuto tante volte. E questo vale anche per Benevento e per il Sannio.
(Nicola De Ieso)
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